COSA PERDIAMO

COSA PERDIAMO:



1- “Occorre superare la vecchia divisione fra destra e sinistra, bla bla bla…”
     [Però, perdiamo:]
     LA SINISTRA (OVVERO: DEI SINISTRI ERRORI …)

Da tempo, alcuni cittadini si sono autodefiniti “migliori” degli altri, concetto forse non estraneo al termine stesso di “destra” (cioè, capace, come la mano del fare) antinomica alla “sinistra”; ed il lato destro è sempre stato privilegiato, rispetto al sinistro.
La democrazia ateniese (che, però, contemplava gli schiavi!) giunse ad affidare al sorteggio l’elezione dei rappresentanti; poiché il campione ottenuto dovrebbe essere rappresentativo dell’intera popolazione, tale dovrebbe essere il metodo … d’elezione, per interpretare realmente le esigenze popolari.
Ciò denota sin d’allora un profondo scetticismo sulle assemblee “dei migliori”, le quali sovente, col tempo, si trasformano in assemblee degli arrivisti senza scrupoli.
Presso gli antichi romani, il senato doveva rappresentare l’esperienza e la saggezza delle famiglie fondatrici.
Il resto, assai maggioritario, della popolazione, la plebe, tenuto lontano dal potere e dai suoi frutti economici e culturali, vide riconosciuti importanti diritti durane l’età repubblicana.
Il pragmatismo obbiettivo e disincantato dei romani (lucidamente compreso ed espresso dal Momsen), una loro tipica e proficua caratteristica, ben esemplificata dalla metafora sarcastica di Menenio Agrippa, diede per scontata ed inevitabile l’asimmetria fra i contributi politici potenziali delle due componenti sociali e la codificò con l’istituto del tribuno della plebe; a questi, non veniva riconosciuta la possibilità di formulare proposte, ma solo quella di vietarne l’adozione.
La base di ciò non fu soltanto di carattere tradizionale, ma pure il riconoscere capacità innovative e propositive maggiori alle nuove classi imprenditoriali e mercantili che andavano affiancando e sostituendo l’antica nobiltà contadina delle origini, per lo meno dal punto di vista finanziario.
Tali differenze, fra l’attitudine al conservatorismo pragmatico e l’aspirazione teorica verso rivoluzionari ideali egualitari, nel tempo, vennero a corrispondere più o meno all’idea popolare immediata e quasi intuitiva di destra e di sinistra in politica.
A millenni di distanza, dopo innumerevoli eventi storici e politici, il superamento delle caste sociali ed il graduale affermarsi di forme sempre crescenti di istruzione popolare, ci si dovrebbe attendere che tale asimmetria non sia più, oggi, altro che un ricordo.
Pertanto, fa particolarmente effetto rilevare come, all’atto pratico, persino oggi vi sia una chiara ed innegabile differenza di progettualità politica pratica fra i governi più a “destra” o più a ”sinistra” …
Del resto, tale progettualità, a livello individuale, deve ritenersi, fino a prova contraria, “ortogonale”, cioè indipendente, rispetto sia all’orientamento politico dei singoli, sia alla loro (per così dire) soggezione verso il potere, in particolare economico.
In un Paese storicamente diviso quasi a metà fra destra e sinistra, ciò significa che la destra è strutturalmente destinata ad avere al proprio servizio, oltre alla metà delle persone “progettualmente valide” (cioè quelle già orientate per conto loro a destra) anche quelle che sarebbero orientate a sinistra ma che sono “acquistabili dalla destra”…
E le cronache lo confermano.
Infatti, dopo le grandi stagioni della teorizzazione socialista e, poi, comunista; dopo le atroci filiazioni dittatoriali fasciste e naziste e le loro strumentalizzazioni demagogiche; dopo la spaventosa crisi della seconda guerra mondiale ed il sempre crescente fenomeno di profonda mercificazione del mondo; con la rinunzia ai grandi principi teorici ideali, dai più sciaguratamente accantonati e quasi rimossi a sèguito della crisi pratica del “socialismo reale”, alla sinistra italiana non restava altro che una rendita di posizione, in prevalenza locale ed a base amministrativa, destinata ad essere sempre più erosa nel tempo, in carenza cronica di idee nuove.
Queste, in realtà, non erano mancate, nel campo di sinistra ma, lungi dall’essere tesaurizzate e fecondamente confrontate con la tradizione, vennero viste con sospetto e combattute; ciò vale per gli apporti culturali innovativi dagli anni ’60 (si pensi al caso del “Manifesto”) e per l’approccio ambientalista che avrebbe potuto e dovuto rappresentare la nuova via ideale e programmatica per una futura politica di sinistra.
con la reciproca separazione dei nuovi fermenti culturali dalla base storica dei partiti di massa, la sinistra si decapitava da sola, lasciando un corpo senza testa, destinato ad un rapido declino ed una testa senza corpo e, quindi senza speranza politica nel futuro.
Ancora una volta, il cronico ed egoistico individualismo della mentalità italiana, formatosi ormai nei millenni e che solo un lungo e profondo lavoro culturale avrebbe potuto superare, dava i suoi nefasti frutti: La sinistra politica dimenticava di non poter esistere se non nell’unità operativa dei diversi apporti culturali, si frammentava e si disperdeva, sino allo spaventoso esito di questi anni.
Così, l’egoismo, spesso vuotamente ed apparentemente intellettualistico, di capi e capetti lasciò vaste estensioni di territorio politico alla colonizzazione della nuova destra; così, per le spinte regionaliste, che erano state a lungo un cavallo di battaglia della sinistra; così, per molte riforme dello stato e delle su amministrazioni; così, per i nuovi mezzi di comunicazione di massa, gestiti, a volte, come strumento di illusorio successo partitico e personale (il potere economico restava ben saldo in sella, al nascere ed allo svanire delle fortune dei politici di volta in volta strumentalizzati), a volte come arma elettoralistica ormai spuntata, senza realmente perseguire l’interesse della collettività; così, per molti contingenti problemi ambientali, lasciati incancrenire o per basso calcolo elettoralistico (si pensi a quanti spazzini e quanta spazzatura, a Napoli …) o per il malinteso rigore di un fondamentalismo ambientalista ignorante dei principi stessi del rapporto uomo – ambiente; così, per certo sindacalismo incapace di strategia politica, ma solo di battaglie di breve respiro e, per altro, incapace di mantenere l’unità, pure raggiunta in lunghi anni di proficue lotte comuni; così, lo sfruttamento eccessivo fino all’esasperazione delle rivendicazioni individualiste, ad es., femministe, a scopo elettoralistico e senza uno sforzo di saggia moderazione.
Nel frattempo, nel piccolo cabotaggio delle burocrazie fini a se stesse, in mezzo a stereotipate e superate parole d’ordine operaiste, si perdeva di vista la società civile stessa, che era profondamente invecchiata, impantofolata, con una imprenditoria che aveva gradualmente mortificato e minimizzato la classe operaia, con uno stato che distruggeva uno dopo l’altro i capisaldi del lavoro pubblico, con un’offerta illusoria di felicità mediatica che, tuttavia, rappresentava pur sempre la ragione quotidiana di vita per tanti vecchi pensionati, soli nella loro disperazione.
La crisi della sinistra è, pertanto, di tipo culturale e si potrà superare solo sul piano culturale, se però vi sarà il tempo per farlo …



2- “Basta, con l’egemonia politica di certa cultura libresca ed accademica…”
     [Però, perdiamo:]
     LA DIGNITA’ DEL PARLAMENTO

Di recente, sembra che il Senato abbia approvato un documento nel quale si afferma che, tutto sommato, le preoccupazioni per l’effetto – serra sono a dir poco eccessive …
Dunque, abbiamo un parlamento che si arroga il diritto di esprimere “verità scientifiche” in forma apodittica e senza basi conoscitive serie; anzi, contro il parere della quasi totalità del mondo scientifico internazionale competente nel settore!
Nel frattempo, sono state presentate proposte di legge sulla fauna e la caccia; in esse, si estende l’orario di caccia e la superficie ad essa aperta, si aumentano le specie cacciabili ed i metodi di caccia e persino l’età minima dei cacciatori.
Ma, a parte ciò, colpisce la sciatteria terminologica e concettuale dell’articolato proposto, indegno di un Paese che si vanta a ragione di seguire le tracce ispiratrici del diritto romano!
Questo stesso parlamento ha già minato varie volte i capisaldi dell’equilibrio fra i poteri dello Stato; ora, disprezza pure la cultura scientifica che, priva di potere ufficiale, ha per lo meno diritto ad essere rispettata, se non assistita, dal potere pubblico.
Si tratta solo di un esempio di ciò che si potrebbe scrivere, stigmatizzando l’arrogante e francamente un po’ risibile atteggiamento dei “nostri” politici nei confronti della cultura …
Così, questo parlamento squalifica se stesso e, purtroppo, anche chi lo ha eletto!



3- “Finalmente, col premio di maggioranza, chi vince potrà decidere!”
      [Però, perdiamo:]
     IL DIRITTO DI VOTO

Può sembrare strano, ma oggi stiamo per perdere, in sostanza, il diritto costituzionale di voto.
Infatti, all’art. 48, la Costituzione recita: “Il voto è personale ed eguale, libero e segreto”.
A parte i vari fattori che, dal varo della Carta, hanno reso nella realtà il voto. Ciò era stato ben compreso od almeno intuito da quanti si opposero con successo, negli anni ’50, al primo tentativo di cambiare in senso maggioritario la legge elettorale, con la proposta da sùbito definita “legge truffa”.
Infatti, non c’è dubbio che la Costituzione, con “voto eguale”, intenda che il voto del cittadino “a”, che voti per il partito “A”, debba valere esattamente come quello del cittadino “b”, che voti per il partito “B”, ai fini della rappresentanza parlamentare.
Questa è stabilita in base al quorum, che stabilisce il rapporto fra votanti “a” ed il numero dei rappresentanti di “A”; il denominatore di tale rapporto si può considerare basato su due possibili componenti: il numero di “a” ed il peso di ciascun “a”; così, analogamente, anche per “b” e ”B”.
Una legge maggioritaria, con premio di maggioranza, stabilisce per definizione che “A”, se prevalente su ”B”, riceva un numero di rappresentanti uguale ad “a” diviso il quorum (Aq), più altri rappresentanti dovuti al premio di maggioranza (Am).
Così, ogni “b” otterrà grazie al proprio voto una frazione ”Bq / Q” dei rappresentanti, mentre ogni “b” otterrà dal proprio voto ”(Aq / Q) + (Am / b)”.
E’ dunque chiaro che il voto del singolo “a” varrà comunque più del voto del singolo ”b”, contraddicendo così la costituzione.


4- “Dobbiamo difendere il nostro Paese dall’immigrazione, soprattutto dei clandestini!”
      [Però, perdiamo:]
      L’ITALIA

Da quando si è formata geograficamente, la nostra penisola ha rappresentato un crocevia di confronto, di competizione e di compenetrazione di realtà ambientali svariate e complesse, altamente diversificate sul piano sia abiotico che biologico che umano.
Da ciò, anche la straordinaria varietà ed amenità dl paesaggio del “bel paese”, aspirazione secolare per le culture di buona parte del mondo.
La mercificazione, distruzione e banalizzazione del nostro paesaggio e del suo irrinunciabile contesto ambientale di pregressa coesistenza sinergica fra uomini e risorse naturali è uno dei crimini più gravi compiuti dalla subcultura mercantile del quanto e dell’oggi, profondamente estranea alle nostre profonde radici.
Inoltre, l’Italia è sempre stata un ponte etno-storico-culturale, per i flussi umani fra l’Europa, l’Africa e l’Asia medio-orientale.
Così, la sua struttura geomorfologica favoriva l’insediarsi di piccole comunità provenienti da tutto il mediterraneo e relativamente isolate dall’entroterra spesso montuoso ed aspro, con occasioni moderate di contatto reciproco, sì da configurare una struttura demografica da metapopolazione.
Sotto Roma, tali flussi si estesero ad una buona parte del “vecchio mondo”.
Nel medioevo ed anche, per lunghi secoli, nell’evo moderno, tali contatti continuarono, sotto dominazioni ed influenze diverse.
Anche durante l’avvento dello Stato nazionale e della nuova potenzialità espansiva etno-culturale (emigrazione, conquiste territoriali e coloniali), non venne meno un tale flusso “di ritorno”.
Da questo “melting pot” ante litteram derivano da tempo immemorabile le caratteristiche più valide ed apprezzate, sul piano etico non meno di quello culturale, delle popolazioni italiane, che da tempo formano, per così dire, una società multietnica tendente, in forma diacronica, all’interetnicità.
Oggi, chi si vanta di interrompere tale millenario ruolo di ponte svolto dall’Italia e dalle sue popolazioni; chi sostiene di opporsi ad una società interetnica per il nostro Paese, non ne apprezza i più fondanti significati e valori, convergendo stranamente con chi voleva fare dell’Italia “un Paese normale”.
Entrambe tali posizioni disprezzano l’irriducibile originalità del nostro Paese e non ne sono culturalmente degne.
Ma va pure criticata la distinzione, tendenzialmente manichea, fra immigrati clandestini e non.
Se si considera il ruolo profondamente innovativo e rinnovativo dei flussi migratori verso l’Italia, è chiara la differenza fra il contributo, decisamente inferiore, di chi arriva già inserito o, meglio, inquadrato in un’organizzazione produttiva preesistente, selezionato in base a questa e chiamato a svolgervi funzioni e ruoli già attivi e collaudati; in una parola, vecchi e l’apporto in potenza rivoluzionario di chi giunge alla conquista di un suo spazio da inventare in un contesto a lui del tutto estraneo e, perciò, al limite, ancora più stimolante.
Insomma, il lavavetri, l’ambulante sulla spiaggia, il venditore di cianfrusaglie all’ angolo delle strade, pur nell’elementarietà del loro agire, possono rinfrescare ed innovare la nostra società più di un qualunque operaio superspecializzato.
E’ pertanto un errore, per lo meno di principio, tale artificiosa dicotomia fra immigrazione clandestina o no (peraltro, il più delle volte intimamente connesse a livello di gruppo etnico) ché, semmai, i problemi, inevitabili, connessi con il flusso migratorio andrebbero affrontati intra moenia, grazie ad un sistema di controlli e di leggi ben più severo ed efficiente dell’attuale, rammentando l’utilità deterrente di far scontare in patria, tramite accordi internazionali, le pene per i reati compiuti da immigrati in Italia.
Ma oggi, per pulsioni emozionali sobillate dall’arrivismo demagogico, rischiamo di perdere la nostra Italia e noi stessi come italiani, per ”un piatto di lenticchie”!



5- “Il corpo ci appartiene e lo gestiamo come ci pare…”
      [Però, perdiamo:]
      L’AMORE


Con la mercificazione del sesso, un tempo circoscritta ad ambienti e situazioni particolari, oggi diffusa su tutti i mezzi d’informazione a scopi pubblicitari; con la dissociazione del piacere sessuale dalla procreazione, attraverso i più raffinati metodi contraccettivi e lo sdoganamento dell’aborto; in una parola, con il trionfo del più occhiuto egoismo individualistico, diviene ormai irraggiungibile ed incomprensibile l’amore umano complesso e profondo, fenomeno magico e coinvolgente cantato dai poeti nella sua irrinunciabile commistione di opposti pensieri, sentimenti, sensazioni e stati d’animo; in una parola, umane emozioni.



6- “Basta coi sentimentalismi! La società deve sostituirli con la sua efficienza.”
      [Però, perdiamo:]
      LA FAMIGLIA

Ricordo bene, già negli anni ’60, la forsennata battaglia contro la famiglia tradizionale, vista come luogo di ogni corrivo immobilismo, contro la libera realizzazione di se stessi, contro le donne, contro i giovani ecc.
Bisognava distruggere la famiglia, per sostituirla con un’onnipresente ed onnipotente società guidata da supremi principi e guidata da illuminate classi dirigenti.
E questa lotta contro la famiglia trovò un simbolo facile ed immediato nella figura della madre, anzi, della “mamma”.
Negli ambienti di nuova e sana cultura sociopolitica, pronunciare la parola “mamma” era scandaloso e, quando andava bene, si rischiava il più sprezzante sarcasmo.
Non parliamo poi di chi, scapolo trentenne come me, affermava candidamente di vivere ancora benissimo con la mamma … “Ma che aspetti, tu che guadagni un sia pur modesto stipendio, a vivere per conto tuo?”.
Che diamine! La donna doveva essere prima di tutto se stessa, senza asservirsi alla famiglia né in particolare ai figli, che dovevano essere al più presto spartanamente affidati alle illuminate cure della pubblica istruzione, per essere inseriti al meglio nella società. E bando ai sentimentalismi!
A questa visione schematica e stereotipata, troppo intellettualistica, sacrificammo tante vittime innocenti; quanti giovani frustrati perché s’affidavano senza reticenze e con entusiasmo ai sentimenti; quanti anziani e, magari, nonni rimasero soli anzi tempo; quante nuove famiglie, rese squilibrate dalla mancanza del buon senso degli anziani, si sgretolarono senza reale necessità; quanti figli furono sballottati fra pseudofamiglie “allargate” per motivi d’orgoglio e presunzione … Anzi, scusate; volevo dire “autostima” … Quanti valori proiettati nel futuro, stavolta, genuinamente sociali e rivolti alle prossime generazioni, grazie ai sacrifici dell’oggi, vennero criticati, irrisi, spazzati via dalla moda del “tu” imperante sulla pubblicità dei mass media …
Ma, per fortuna, sulle rovine fumanti della cultura popolare italiana della famiglia (luogo della parsimonia e del risparmio, della dedizione e dell’assistenza, delle radici e dei fiori e dei frutti più veri e durevoli della nostra umanità e, sì, della mamma); per fortuna, oggi abbiamo uno stato democratico, giusto, efficiente, saggio ed incorruttibile che ci compensa dei sacrifici fatti!



7- “Occorre comunicare ottimismo e determinazione…”
      [Però, perdiamo:]
      IL RISO ED IL SORRISO


Oggi, si ghigna soltanto …
La risata, già irrefrenabile urlo di vitale voglia di vivere ed il sorriso, che fioriva spontaneo sul volto di esseri umani subitaneamente a contatto con la rara felicità dell’esistere, sono stati catturati, addomesticati, strumentalizzati rivenduti a caro prezzo, sull’altare del mercatismo e della mercificazione; dapprima, in genuine forme d’arte, nel mondo dello spettacolo, poi in quello della pubblicità.
Tanto che, soprattutto dal fascismo in poi ed oggi in particolare, si prova già e con ragione, diffidenza verso il riso ed il sorriso, mentre sempre più ci si arrocca, in modo rassegnato e disperato, sul ghigno, quale residua forma istintiva non verbale di risposta alle sollecitazioni dell’esistere.



8- “Liberarsi dalla schiavitù del lavoro fisico!”
      [Però, perdiamo:]
      LA FATICA FISICA ED IL RIPOSO


La lotta contro la fatica fisica sembra avere avuto più successo di quella contro l’ignoranza.
Nell’’800, eroiche lotte ottengono più dignità per il lavoro; il luogo di lavoro è auspicato anche come luogo della nuova cultura popolare e sociale, ecc. ecc.
Nel tempo, però, le rivendicazioni tendono a trascurare un poco l’aspetto culturale …
Il conflitto imprenditori – lavoratori si incentra sui salari, mentre del tempo libero e dei suoi usi culturali si parla sempre meno.
Oggi, gli imprenditori, preoccupati dai sindacati, pensano bene di completare la messa a riposo dei lavoratori, semplicemente … abolendo i lavoratori e sostituendoli con la meccanizzazione, l’automazione, l’informatizzazione sempre più spinte ed autosufficienti.
La cassa – integrazione, i prepensionamenti ecc. dovrebbero lasciare sempre più tempo per la mente; ma sempre più spesso tale spazio viene invaso dai nuovi miti della perfezione fisica, da un lato, del divertimento dall’altro.
E nuove industrie sorgono per lo sfruttamento del tempo che fu della fatica improba, che non è mai riuscito a divenire il tempo della fatica foriera del riposo ricreativo anche sul piano mentale e che è oggi un campo aperto alla più nera solitudine ed allo sfruttamento commerciale di mezzi di comunicazione infarciti di oscenità e d’ignoranza.



9- “Tutto ciò che piace può essere sfruttato sul piano commerciale!”
       [Però, perdiamo:]
       LA BELLEZZA

Oggi, con lo sfruttamento consumistico anche tramite la pubblicità, la bellezza viene standardizzata in forme e caratteristiche stereotipate, che nulla concedono al gusto personale, ma anzi lo diseducano verso l’apprezzamento soggettivo del bello, per inquadrare la bellezza entro gli angusti canoni delle mode, consentendo così affari su larga scala.
Il mito della bellezza come perfezione di un modello eterno ed immutabile, cui tendere tutti e sempre nello stesso modo, nell’àmbito del proprio genere sessuale, anch’esso stereotipato ed astrattamente dicotomico, risale ad antichi filosofi, si è mantenuto e rinnovato con contributi esimi, quale quello di Goethe e resiste anche oggi, nonostante la rivoluzione dell’evoluzionismo nelle scienze della vita, come forma mentis proclive ad essere ben mercificata.
Il tutto, grazie alla diffusa, utilissima e coltivata ignoranza del popolo.


10- “Basta discorsi seriosi e rigida par condicio! Viva gli spettacoli d’evasione!”
        [Però, perdiamo:]
       LA CAPACITA’ CRITICA

In una società bombardata da pseudodivertimenti futili e strumentali (guitti, saltimbanchi, prostitute d’immagine, strimpellatori e strillatori ecc. ecc. …) e da oppressive ed invadenti pubblicità, non ci viene lasciato il tempo di pensare con la nostra testa, ma solo quello di aderire acriticamente a qualche “slogan” d’effetto, magari vuoto o pericoloso.
 Anzi, quando qualcuno cerca, in un dibattito, di impostare un ragionamento, il più delle volte si fa uso dell’interruzione calcolata e strumentale per impedire al pubblico di confrontarsi con idee differenti da quelle dominanti …


11- “Non c’è tempo per convincere col ragionamento, ma solo per gli slogan emotivi…”
          [Però, perdiamo:]
          IL CONCETTO E LA DEFINIZIONE

La mente è il nostro principale adattamento evolutivo e funziona fornendoci una visione discreta della realtà, definibile ed interpretabile attraverso i concetti e le loro definizioni e denominazioni.
Ma nella presente società del chiacchiericcio inconsistente e vacuo, i termini nati come etichette per un ben preciso cassetto mentale (quella definizione) ed il suo contenuto (quel concetto) vengono abusati e strapazzati, grazie ad una crescente sciatteria linguistica.
Ciò significa perdere gradualmente il nostro principale strumento conoscitivo e, quindi, la nostra maggiore prerogativa umana.



12- “Basta coi lacci e lacciuoli del pietismo ambientalista e salottiero!”
[Però, perdiamo:]
L’ALTRO DA NOI

Di recente, un giornalista di nome F. Cramer ha scritto un pezzo che denunzierebbe gli sprechi di denaro pubblico in materia di progetti per lo studio naturalistico dell’ambiente.
Tale articolo trasuda disprezzo verso la natura e chi la studia; ma chi si aspettasse dotte argomentazioni basate su di un’approfondita conoscenza dell’argomento rimarrebbe deluso…
Secoli or sono, Galileo e Darwin, nei loro rispettivi campi, hanno dato duri colpi alla presuntuosa superbia umana; da allora, l’immagine che si può avere del ruolo dell’Uomo nel mondo e nel tempo non poté più essere la stessa, per lo meno per chi si occupi della mente, oltre che della gola, dello stomaco e giù discendendo.
Darwin era un naturalista; si occupava di insetti ed altre bestiacce che l’hanno aiutato a comprendere e farci comprendere un po’ meglio “donde veniamo, chi siamo, dove andiamo”.
Il Cramer irride a chi studi le api (magari, confondendole con le vespe…) le quali ci aiutano semplicemente a mangiare; i lupi, le lepri variabili, i gamberi dulcaquicoli (in realtà, importanti indicatori ambientali), i pipistrelli, le rane, i rospi (che, oltre a tutto, sono preziosi alleati di un’agricoltura che non voglia avvelenarsi sempre più o svendersi a certa industria chimica e biotecnologica) ecc.
E tutto ciò dalle pagine ove non vengono giustamente considerati (per viltà, paura ed ignoranza) i diritti morali di tanti nostri stessi simili venuti da lontano in Italia per sopravvivere.
Simili penne sembrano dire: Molto meglio dare spazio e fiducia (oltre che, più o meno direttamente, denaro)a chi disinforma sistematicamente circa il mutamento del clima; l’esaurirsi delle risorse naturali; l’inquinamento dell’aria, delle acque, del suolo; la scomparsa di tante forme di vita, cinicamente esorcizzando preoccupazioni ben fondate per raschiare il fondo del barile di uno sviluppo tutto materiale ormai giunto alla fine e che lascerà gli uomini poveri e soli, in una biosfera devastata; e di ciò la presente crisi economica è solo uno dei tanti sintomi.
Che il pubblico continui a fidarsi di maghi, fattucchiere ed imbonitori, fuori ed entro il parlamento, e ad affidarsi ai loro oroscopi e vaticini… “…Finiam d’empire il sacco, poi…venga anche il diluvio! Sarà quel che sarà.”
L’importanza di tale articolo non è forse fondamentale, ma, poiché si tratta del mio campo, penso di poterne trarre spunto per considerazioni più generali.
La presente società mercificata sembra puntare ad isolare sempre più le proprie “prede”, per meglio poterle sfruttare, ispirandosi al classico “divide et impera”.
Nella pubblicità, l’uso predominante della parola “tu” e delle sue varianti possessive caratterizza tale sdoganamento progressivo dell’egoismo individuale in chiave edonistica e miope.
Ciò, fra l’altro, distrugge il concetto di “prossimo” ed il suo rispetto, un tempo almeno apparentemente indiscutibile: Oggi, sembra si dica: “Conti solo tu e devi cercare di realizzare il tuo egoismo anche a dispetto degli altri!”…



13- “Il futuro non è dell’informazione, ma della comunicazione consolatoria ed ottimista…”
           [Però, perdiamo:]
           IL MONDO

Un tempo, fummo aggregati di molecole organiche, il cui mondo era solo quello delle interazioni fisiche e chimiche cui erano più o meno direttamente soggetti.
Da ciò, le prime strutture autopoietiche ed autoreplicanti, alla conquista della Terra e dei suoi problematici ma sempre elementari messaggi.
Poi, i primi procarioti, in una giovane biosfera interattiva, che si andava arricchendo di luci, suoni, gusti e profumi un tempo sconosciuti.
Poi, la cellula eucariote, con le sue enormi potenzialità, anche di interazione con l’ambiente.
Poi, gli organismi pluricellulari che, accettando l’ineluttabile morte individuale, poterono competere vittoriosamente, come specie, con le forme più semplici di vita, anche attraverso un rapporto sempre più analitico e raffinato con l’ambiente esterno e le sue mille articolazioni e sfaccettature.
Fra questi, appena ieri, le specie umane che, attraverso il poderoso adattamento evolutivo della mente ed il suo principale strumento – il concetto, scoprirono e definirono il mondo a noi noto ed ipotizzabile.
Ed oggi siamo di nuovo di fronte ad una svolta epocale; la sovrappopolazione, la predominanza della tecnologia sulla scienza, l’invadenza delle società e delle loro strutture e funzioni sempre più pervasive, l’eccessiva disponibilità energetica ci conducono inesorabilmente verso una nuova e più marcata complessificazione; la nascita di società superindividuali.
Tutti i segnali ce lo confermano: Ormai, siamo sempre numerosi ma, paradossalmente, sempre più isolati fra noi; il lavoro diviene opprimente ed assorbente, non meno della sua assillante ricerca, quando manca; il tempo dello svago è assorbito dai mezzi di comunicazione, il cui controllo ci sfugge; il contatto con quello che fu il nostro ambiente naturale è sempre più sporadico o ghettizzato e persino le aree “naturali” sono artificiosi simulacri del passato, sostenuti inevitabilmente sul piano energetico e materiale e, dunque, in buona sostanza artificializzati; un nuovo mondo di contatti audiovisivi e non solo, mediati da cuffie, altoparlanti, visori, schermi, proiezioni ecc. ecc. sta ormai sostituendo il nostro antico contesto relazionale naturale, ormai distante e quasi estraneo, per il quale si può a buon diritto parlare di “fine del mondo”.
Ma anche stavolta, come tante altre volte nel corso dell’evoluzione dei viventi, così gli individui (stavolta, umani, come noi ancora oggi siamo e ci riconosciamo) stanno perdendo il contatto diretto con l’ambiente esterno e, dunque, la percezione autonoma del loro mondo, quello conquistato e, quasi, costruito dalla loro ragione, per essere ormai ingabbiati negli schemi edulcorati e rassicuranti di un mondo virtuale (ma non di necessità virtuoso …) legato e condizionato a e da un nuovo ambiente, ormai interno, al pari di quello di tanti parassiti, alla nuova superstruttura della quale già fanno e sempre più faranno parte.
E la nuova struttura, nella sua brutale macrodimensione e forza, si rapporta in forme, per noi, elementari con l’ambiente esterno, riavviando la lunga e faticosa e dolorosa trafila già percorsa ad ogni salto di livello della complessità funzionale dei viventi, non disponendo ormai più della cultura di noi vecchi umani, ma dovendosene conquistare una nuova, adeguata al suo nuovo livello, nonché (come spesso succede alle novità) crudele e spietata …




14- “Ormai, certe assurde ipotesi scientifiche sono da superare in nome del buon senso…”

       [Però, perdiamo:]
       L’ EREDITA’ DEI GRANDI SPIRITI